Tweed e sedili di legno

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Pochi giorni dopo il suo arrivo in quella città che ospitava più case e vie di quante Clara ne avesse viste durante i suoi primi dieci anni di vita, le strinsero in mano un abbonamento per l’autobus e le annunciarono che era pronta per andare. Con indosso un pantalone lilla e un maglione a righe verdi, gialle e blu, che inesorabilmente fecero di lei una straniera ma anche una strana, cominciò  il suo viaggio quotidiano attraverso la giungla di asfalto e di suoni urbani. Stipata sul vecchio tram dai sedili in legno, tra grasse signore con il carrello della spesa, geometri con il maglione a dolcevita, studenti rumorosi e maniaci silenti, si lasciava alle spalle la periferia con i casermoni e i giardinetti dall’erba bruciata per raggiungere la scuola che si trovava nei quartieri alti della città, tra palazzi signorili e belle fontane. Era una scuola d’élite – perlomeno così era scritto nella presentazione – dove insegnanti e alunni parlavano la lingua dei luoghi dove era nata.

Clara non sapeva cosa esattamente volesse dire la parola “élite” ma, dopo poche settimane, giunse alla conclusione che doveva trattarsi di una definizione che racchiudeva allieve rigorosamente bionde, completi di tweed e maglioni norvegesi, campi-scuola sulla neve, lezioni di tennis e di pianoforte, padri ambasciatori, consoli o dirigenti, le pagelle su misura per chi possedeva un cognome di rilievo, e anche la domanda che sentiva rivolgersi durante le feste di compleanno, quando i grandi le chiedevano, con lo stesso sorriso bonario del terriero bianco che si rivolge al piccolo inserviente di colore: E tu di chi sei figlia, piccolina?
E fu così che Clara, primogenita di un cameriere emigrato in gioventù alla ricerca di fortuna, seppur ancora incerta del significato della parola “elite”, giovanissima comprese che per sopravvivere ai pregiudizi sociali non sono servono nè la passione per il latino e l’etimologia delle parole, la fantasia e nemmeno un discreto quoziente intellettivo.

Un anno dopo l’arrivo nella nuova città, la radio di notte suonava piano, mentre Clara  tentava di illuminare i suoi pensieri con la luce di un abat-jour e i suoi libri. Fino a consumarne la copertina, leggeva e rileggeva la storia di una donna che si chiamava Von Salomé e cercava e nel coraggio femminile una ragione per l’insensibilità del genere umano.

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