Pizzo San Gallo e rimessa dal fondo campo

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Nel frattempo il seno di Clara aveva approfittato della sua distrazione per crescere e di molto. Se non fosse stato per gli sguardi collosi che le si spalmavano addosso mentre  si muoveva per le strade, non se ne sarebbe forse neanche accorta, così invece dovette prenderne atto. E fare i conti con l’obbligo di indossare un reggiseno. Non uno di quelli romantici che catturavano il suo sguardo nelle vetrine, in pizzo San Gallo e con la rosellina di tessuto a dividere le coppe, no, non andava bene per chi porta la quarta, le spiegarono le merciaia e la mamma in un coro sincrono nemmeno avessero provato per mesi: ci voleva un modello con le fasce larghe ai lati, incrociato sul davanti, che calza meglio. A Clara i capi intimi enormi dall’improponibile color carne che le due le porsero con entusiasmo, sembrarono l’emblema della mortificazione femminile e la mise più orribile che mente umana potesse immaginare.
Il concetto di erotismo sarebbe entrato a far parte dei suoi ragionamenti  solo  più avanti; in quegli anni, l’unica associazione con la parola sexy (si prediligevano i termini inglesi, allora) di cui disponeva, era rappresentata dal manifesto pubblicitario di un fondo schiena in jeans che, come si evinceva dal testo sottostante, dava per scontato che per amore lo si seguisse anche in capo al mondo. Clara sconsolata pensò che, se davvero aveva ragione la merciaia, a lei nessuno l’avrebbero seguita nemmeno fino alla fermata del bus.
Ad eccezione di quella fastidiosa questione di stile, il seno non la turbava: lo portava con disinvoltura, senza farsene né un problema e tanto meno un vanto, e accettò la sua presenza con la sbadataggine che le era propria.

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