Pizzo San Gallo e rimessa dal fondo campo

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Nel frattempo il seno di Clara aveva approfittato della sua distrazione per crescere e di molto. Se non fosse stato per gli sguardi collosi che le si spalmavano addosso mentre  si muoveva per le strade, non se ne sarebbe forse neanche accorta, così invece dovette prenderne atto. E fare i conti con l’obbligo di indossare un reggiseno. Non uno di quelli romantici che catturavano il suo sguardo nelle vetrine, in pizzo San Gallo e con la rosellina di tessuto a dividere le coppe, no, non andava bene per chi porta la quarta, le spiegarono le merciaia e la mamma in un coro sincrono nemmeno avessero provato per mesi: ci voleva un modello con le fasce larghe ai lati, incrociato sul davanti, che calza meglio. A Clara i capi intimi enormi dall’improponibile color carne che le due le porsero con entusiasmo, sembrarono l’emblema della mortificazione femminile e la mise più orribile che mente umana potesse immaginare.
Il concetto di erotismo sarebbe entrato a far parte dei suoi ragionamenti  solo  più avanti; in quegli anni, l’unica associazione con la parola sexy (si prediligevano i termini inglesi, allora) di cui disponeva, era rappresentata dal manifesto pubblicitario di un fondo schiena in jeans che, come si evinceva dal testo sottostante, dava per scontato che per amore lo si seguisse anche in capo al mondo. Clara sconsolata pensò che, se davvero aveva ragione la merciaia, a lei nessuno l’avrebbero seguita nemmeno fino alla fermata del bus.
Ad eccezione di quella fastidiosa questione di stile, il seno non la turbava: lo portava con disinvoltura, senza farsene né un problema e tanto meno un vanto, e accettò la sua presenza con la sbadataggine che le era propria.

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La Ottocento beige

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In quegli anni la vita di Clara si trasformò da rassicurante tela monocromatica in un caotico quadro tridimensionale. La casa dove viveva, con le posate buone da lucidare e le frangi dell’unico tappeto persiano – status symbol di un’evoluzione proletaria – da pettinare, si sovrapponeva ai saloni festosi di ambasciate e palazzi dove nordiche creature raccontavano di college inglesi e vacanze trascorse a sciare, mentre i suoi pensieri ritornavano tra lo slittino di legno rimasto a marcire in una cantina lontana .

Argomento di conversazione delle bionde sirene che si era ritrovata in classe, non era però soltanto la vacanza o il campo scuola; all’alba dei quattordici anni, si parlava anche di amore e di sesso, mentre in sottofondo gli  Eagles e gli America cantavano una libertà da conquistare.

Clara aveva letto del sesso ne Il Padrino. Per questo motivo sua madre le aveva proibito quella lettura e aveva nascosto il libro dietro ad altri. Gli amplessi descritti con minuzia stranamente non l’avevano però indotta a ragionare sul tema. Ecco, in quel periodo il problema più grande le parve proprio questo: se si escludeva il momento in cui aveva scoperto che le bambine non possono fare la pipì in piedi, Clara, al contrario delle sue coetanee, non aveva mai riflettuto sul sesso così come non si era mai interrogata sulla differenza biologica tra un maschio e una femmina. Non che ignorasse del tutto l’esistenza di alcune diversità, però non aveva, per esempio, mai giocato al dottore e questa cosa sembrava essere decisamente grave, a sentire le sue compagne e anche a leggere qualche testo illustre. Anche in merito alla procreazione poteva dirsi discretamente informata. La scuola elitaria  vantava l’uso di metodi didattici all’avanguardia, e così la copertina del libro di biologia riportava la foto di una famiglia di quattro componenti biondi che guardavano gioiosamente e completamente nudi attraverso l’obiettivo, dritto negli occhi degli studenti . Gli allievi li avevano soprannominata la sunshine-family e ne ridevano. Clara, invece, non trovava affatto buffa quell’immagine riprodotta e tanto meno, nonostante fosse ancora la prima della classe, aveva mai preso in considerazione l’idea di collegare le nozioni acquisite durante le ore di biologia a un accadimento futuro che la riguardasse da vicino.
Quello che sapeva del sesso aveva per lei la stessa valenza di ciò che aveva imparato durante le lezioni di matematica. Così come non si sarebbe mai sognata di veder comparire davanti a sé un’ipotenusa o una radice quadrata, non aveva valutato l’ipotesi di poter essere, un giorno, parte attiva nel processo riproduttivo della specie umana.

Si può dunque affermare che il primo incontro tra Clara e il sesso fu pervaso di grande stupore. La stupivano i discorsi delle sue compagne che pianificavano  accuratamente il primo rapporto sessuale, la sbalordiva il tizio sull’autobus che le infilava una mano tra le gambe alitandole sul collo ancora di bambina e anche il ciccione che la seguiva a casa sussurrando parole oscene, la sbigottivano le allusioni scherzose al suo seno prorompente degli avventori barbuti del bar, la meravigliava il comportamento del suo primo grande amore platonico e fidanzato “a casa”, che lei aspettava ogni sera ai giardinetti per vederlo anche solo per poche decine di minuti, e che niente affatto platonicamente, in una sera senza luna, se l’era seduta sulle gambe dentro alla sua ottocento beige e, dopo averla fatta scivolare avanti e indietro per non ricordava più quanto, l’aveva rimproverata dicendole “Vedi cosa mi fai fare?” mentre lei aveva taciuto a quella domanda per non sembrare sciocca nel chiedere cosa.

Tweed e sedili di legno

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Pochi giorni dopo il suo arrivo in quella città che ospitava più case e vie di quante Clara ne avesse viste durante i suoi primi dieci anni di vita, le strinsero in mano un abbonamento per l’autobus e le annunciarono che era pronta per andare. Con indosso un pantalone lilla e un maglione a righe verdi, gialle e blu, che inesorabilmente fecero di lei una straniera ma anche una strana, cominciò  il suo viaggio quotidiano attraverso la giungla di asfalto e di suoni urbani. Stipata sul vecchio tram dai sedili in legno, tra grasse signore con il carrello della spesa, geometri con il maglione a dolcevita, studenti rumorosi e maniaci silenti, si lasciava alle spalle la periferia con i casermoni e i giardinetti dall’erba bruciata per raggiungere la scuola che si trovava nei quartieri alti della città, tra palazzi signorili e belle fontane. Era una scuola d’élite – perlomeno così era scritto nella presentazione – dove insegnanti e alunni parlavano la lingua dei luoghi dove era nata.

Clara non sapeva cosa esattamente volesse dire la parola “élite” ma, dopo poche settimane, giunse alla conclusione che doveva trattarsi di una definizione che racchiudeva allieve rigorosamente bionde, completi di tweed e maglioni norvegesi, campi-scuola sulla neve, lezioni di tennis e di pianoforte, padri ambasciatori, consoli o dirigenti, le pagelle su misura per chi possedeva un cognome di rilievo, e anche la domanda che sentiva rivolgersi durante le feste di compleanno, quando i grandi le chiedevano, con lo stesso sorriso bonario del terriero bianco che si rivolge al piccolo inserviente di colore: E tu di chi sei figlia, piccolina?
E fu così che Clara, primogenita di un cameriere emigrato in gioventù alla ricerca di fortuna, seppur ancora incerta del significato della parola “elite”, giovanissima comprese che per sopravvivere ai pregiudizi sociali non sono servono nè la passione per il latino e l’etimologia delle parole, la fantasia e nemmeno un discreto quoziente intellettivo.

Un anno dopo l’arrivo nella nuova città, la radio di notte suonava piano, mentre Clara  tentava di illuminare i suoi pensieri con la luce di un abat-jour e i suoi libri. Fino a consumarne la copertina, leggeva e rileggeva la storia di una donna che si chiamava Von Salomé e cercava e nel coraggio femminile una ragione per l’insensibilità del genere umano.

una lunghissima frazione di secondo

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La donna seduta sul lato opposto  del tavolo sembrava cercare il modo migliore per formulare una domanda poco piacevole. Quando lo fece, Clara comprese che il suo sforzo era stato inutile. La sentì chiedere brusca: “Mi dica una cosa, signora: è stata lei oppure è stato lui?” Fantastico, pensò Clara, era esattamente quello che le ci voleva, quel giorno: una sconosciuta con il camice bianco che con una sola frase richiamasse in vita il maledetto fantasma che per molto tempo aveva dormito nel suo letto, tanto che si era quasi convinta che vi avrebbe preso domicilio a vita.

Per anni il dubbio di essere lei la colpevole di quello che era accaduto l’aveva tormentata. E ora una signora incamiciata  e con il cartellino sul taschino ad attestarne la competenza, quel pensiero malsano  lo stava richiamando in vita. Per un istante lo sentì avvolgere i suoi neuroni con la stessa logora coperta di allora e avvertì il suo alito  soffiarle sulla nuca fino a nausearla. Una lunghissima frazione di secondo. Poi Clara si alzò e uscì dalla stanza senza dire una sola parola. La domanda non meritava repliche. La signora tanto meno. Il fantasma lo aveva assassinato, ora ricordava.

Il sole splendeva sulle increspature di un mare appena mosso dal vento. Quante volte, in quegli anni, aveva temuto di essere stata lei l’artefice di quanto era accaduto? Quante volte lui le aveva rinfacciato le parole pronunciate tra le risate, quando si era dichiarata disposta a vivere quel momento luminoso eppure devastante, e poi a domani ci pensiamo domani ché le emozioni non si comprano sfuse, amico mio caro! E proprio la coscienza di averle pronunciate davvero, quelle frasi, in seguito avvrebbe reso tanto difficile e doloroso convincersi che non era stata lei a tenere in mano le fila delle marionette sul palco di quel teatro. Consensualità verbalizzata, di questo si era trattato, lui glielo aveva ricordato ripetutamente, lui che le cose le sapeva dire con termini appropriati. Rinnegare il  proprio consenso fa paura. I folli  disconosco quello che hanno affermato, e girano  con indosso stracci e strani cappellini, mentre nelle mani stringono il manico delle buste vuote, e gesticolano e parlano a se stessi e ai gatti del quartiere.

Non esiste una legge  contro il plagio, perché dopo la caduta delle catene che serravano le caviglie degli schiavi, all’umanità era risultato troppo difficile definire i contorni delle sue infinite sfumature. Stranamente però tutti sembravano saper riconoscere la consensualità consensuale e nessuno pareva stupirsi di questa evidente contraddizione. Eppure, si diceva Clara mentre con le mani tracciava cerchi sulla sabbia intiepidita dal sole, tutti si meravigliano davanti a chi dichiara di conoscere il buio senza saper bene come è fatta la luce.

 

Cin cin

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Succedeva all’improvviso. I ricordi. Si facevano spazio senza una ragione evidente. Per un breve istante sentiva un odore che proveniva da lontano o percepiva tra le dita la stessa sensazione plastica che aveva avvertito in un momento preciso di un’altra vita. Poi la porta sul passato si chiudeva in silenzio così come si era spalancata.  Rimanevano soltanto una leggera sensazione di panico e il ricordo sfocato di un ricordo.

Diffidava delle persone che camminavano con la testa rivolta all’indietro. Non riusciva al liberarsi dal sospetto che le loro emozioni cantassero ormai soltanto in playback.  Questo però non le bastava per fingere che il proprio sguardo puntato ostinatamente in avanti potesse  portarla più vicona al proprio sentire. A cantare dal vivo. O perlomeno a fischiettare.

Probabilmente preferisci annoiarti in questa pacatezza tanto emozionante quanto il funerale di una vecchia zia della cui esistenza si è venuti a conoscenza solo al momento della sua dipartita,  si disse sprezzante. In tono amichevole però, perché  erano  amiche da tanto.

Dall’altra parte del nero

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Il tunnel le sembrava infinito. Una grande bocca nera che aspettava di ingoiarla per non restituirla più. Le mancava il respiro, come sempre quando si trovava di fronte a un muro di pietra o di pensieri.  L’impossibilità  di vedere dove avrebbe poggiato i piedi se avesse deciso di proseguire, la terrorizzava. Immaginava ratti viscidi che sgusciavano fuori dai tombini o dal fango delle pozzanghere, pipistrelli in volo che nell’oscurità si impigliavano con le ali nei suoi capelli, tele di grandi ragni che le si incollavano al viso, mentre vedeva se stessa avanzare  in quel ventre  privo di luce e senza altro punto di riferimento che il suo intuito smarito. Non capiva perché non ci fosse alcun segno di vita in quella parte della città.  Non un lampione,  non una persona, una finestra illuminata e nemmeno i fari di una macchina che trasportava i soliti idioti della febbre del sabato sera. Dove  era finito il mondo? Spinse via i mostri e le domande e stringendo i denti si immerse nella melma nera e compatta, lo stomaco chiuso da una stretta di paura. Doveva arrivare dall’altra parte del fiume.