La Ottocento beige

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In quegli anni la vita di Clara si trasformò da rassicurante tela monocromatica in un caotico quadro tridimensionale. La casa dove viveva, con le posate buone da lucidare e le frangi dell’unico tappeto persiano – status symbol di un’evoluzione proletaria – da pettinare, si sovrapponeva ai saloni festosi di ambasciate e palazzi dove nordiche creature raccontavano di college inglesi e vacanze trascorse a sciare, mentre i suoi pensieri ritornavano tra lo slittino di legno rimasto a marcire in una cantina lontana .

Argomento di conversazione delle bionde sirene che si era ritrovata in classe, non era però soltanto la vacanza o il campo scuola; all’alba dei quattordici anni, si parlava anche di amore e di sesso, mentre in sottofondo gli  Eagles e gli America cantavano una libertà da conquistare.

Clara aveva letto del sesso ne Il Padrino. Per questo motivo sua madre le aveva proibito quella lettura e aveva nascosto il libro dietro ad altri. Gli amplessi descritti con minuzia stranamente non l’avevano però indotta a ragionare sul tema. Ecco, in quel periodo il problema più grande le parve proprio questo: se si escludeva il momento in cui aveva scoperto che le bambine non possono fare la pipì in piedi, Clara, al contrario delle sue coetanee, non aveva mai riflettuto sul sesso così come non si era mai interrogata sulla differenza biologica tra un maschio e una femmina. Non che ignorasse del tutto l’esistenza di alcune diversità, però non aveva, per esempio, mai giocato al dottore e questa cosa sembrava essere decisamente grave, a sentire le sue compagne e anche a leggere qualche testo illustre. Anche in merito alla procreazione poteva dirsi discretamente informata. La scuola elitaria  vantava l’uso di metodi didattici all’avanguardia, e così la copertina del libro di biologia riportava la foto di una famiglia di quattro componenti biondi che guardavano gioiosamente e completamente nudi attraverso l’obiettivo, dritto negli occhi degli studenti . Gli allievi li avevano soprannominata la sunshine-family e ne ridevano. Clara, invece, non trovava affatto buffa quell’immagine riprodotta e tanto meno, nonostante fosse ancora la prima della classe, aveva mai preso in considerazione l’idea di collegare le nozioni acquisite durante le ore di biologia a un accadimento futuro che la riguardasse da vicino.
Quello che sapeva del sesso aveva per lei la stessa valenza di ciò che aveva imparato durante le lezioni di matematica. Così come non si sarebbe mai sognata di veder comparire davanti a sé un’ipotenusa o una radice quadrata, non aveva valutato l’ipotesi di poter essere, un giorno, parte attiva nel processo riproduttivo della specie umana.

Si può dunque affermare che il primo incontro tra Clara e il sesso fu pervaso di grande stupore. La stupivano i discorsi delle sue compagne che pianificavano  accuratamente il primo rapporto sessuale, la sbalordiva il tizio sull’autobus che le infilava una mano tra le gambe alitandole sul collo ancora di bambina e anche il ciccione che la seguiva a casa sussurrando parole oscene, la sbigottivano le allusioni scherzose al suo seno prorompente degli avventori barbuti del bar, la meravigliava il comportamento del suo primo grande amore platonico e fidanzato “a casa”, che lei aspettava ogni sera ai giardinetti per vederlo anche solo per poche decine di minuti, e che niente affatto platonicamente, in una sera senza luna, se l’era seduta sulle gambe dentro alla sua ottocento beige e, dopo averla fatta scivolare avanti e indietro per non ricordava più quanto, l’aveva rimproverata dicendole “Vedi cosa mi fai fare?” mentre lei aveva taciuto a quella domanda per non sembrare sciocca nel chiedere cosa.

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